sabato, novembre 10, 2001
ho pensato tutto il giorno ad un aspetto non trascurabile della vita: l'interazione col mondo esterno. tutti interagiamo ed abbiamo a che fare con decine e decine di altre persone tutti i giorni, direttamente o indirettamente. scegliendo di vivere quaggiù, nella società così detta sviluppata, dobbiamo accettare un prezzo da pagare, in parte col portafogli ed in parte con la coscienza. e questo prezzo lo puoi anche accettare se in cambio ottieni la tua vita liscia e vellutata, se ti lasciano un posto privato dove stivare le tue cose e i tuoi stati d'animo, insomma: accetti di pagare con denaro e pelle se in cambio sai di poter ottenere una fetta decisamente invitante ed appagante della torta. poi però c'è l'imprevisto, che scombina i tuoi progetti, che altera questo equilibrio precario tra te e il mondo esterno, e ti fa sentire in un centinaio di modi diferenti in relazione alla tua indole e alla tua storia, ma comunque sempre in una prospettiva devitalizzante ed il prezzo sale, lievita, come per i beni di consumo in periodi di inflazione, e la tua pelle non riesce più a sostenere questo esborso, il portafogli non basta, e cadi in un circuito infame dove divieni a poco a poco debitore verso un sacco di situazioni e persone. l'amarezza condisce questo imprevisto, perchè ti accorgi che non avevi desiderato affatto che la situazione mutasse in quel modo e soprattutto sai perfettamente che ti ci sei trovato in mezzo come uno stuipido e non sei riuscito a dire di no ad una serie interminabile di proposte. ma la frittata è fatta e ti ritrovi sbalestrato e fuori da ogni binario immaginabile, con in testa il solo desiderio di scappare da tutto e chiudere ogni rapporto con quel mondo esterno al quale sei chiamato ad interagire. finisce a uova in faccia un promettente rapporto sociale che era esordito brillantemente sui banchi di scuola e che aveva dato il primo segno di malattia una notte d'inverno, aggrappato alle labbra di un'immaginaria infatuazione sentimentale. tutto si scolorisce di fronte a questo imprevisto che come un folletto goliardico ha inciso in profondità la tua autostima, la tua forza incrollabile, il tuo sciolto atteggiamento da conquistatore di terre inesplorate e di incantatore di serpenti, perchè da giovani si è sempre un po' presuntuosi ed efficacemente ingenui, quanto basta per scivolare sulle cose come su di una tavola da surf col vento nei capelli e gli spruzzi di vita in faccia. quell'imprevisto gioca una carta temuta, un carico incontrastabile, ti fa briscola in un momento; e tu, con nella mano un misero due di bastoni, cerchi invano un rifugio. ed è lì che scatta uno strano meccanismo e ti scopri in un baleno abitante di un mondo parallelo, col quale non devi affatto interagire perchè ti impone alcune semplici regole difficilmente raggirabili, e quel mondo di prima, quello vero, è solo un sogno, e lo vivi di notte, in una serie feroce di prove e moviole che ti preparano al tunnel infido della paura, dal quale non sai mai se ne uscirai del tutto. poi una mattina ti alzi e ti senti invisibile, trasparente, senza ossa nè muscoli, cammini e fai le solite cose ma è some se tu non ci fossi e pensi che vorresti startene tutto il giorno chiuso in una stanza a fissare il soffitto, controllando ogni molecola che si aggira nel tuo corpo, senza sgarrare di un millimetro. nulla è come prima per te, c'è qualcosa che si interpone tra te e il mondo in attesa di interagire con te. quell'imprevisto è diventato un moscerino che ti ronza detro al cervello, logorroico e fastidioso non ti lascia libero di pensare e a poco a poco le cose cominciano ad apparirti obliquamente, prive di punti di appoggio. rovistando nel cassetto trovi un numero, uno solo, che aspettava le tue dita da dodci mesi. dodici mesi. un semplicissimo numero di sei cifre da comporre per giocarti quel due di bastoni che hai rimasto nelle mani e farla finita, in un modo o nell'altro. è la paura che ti frega, è la solita fottutissima paura e se ti avessero spiegato prima che aver paura della paura è la prima cosa inassoluto da evitare, bhè, avresti giocato diversamente le tue carte...
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